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lunedì 4 giugno 2012

LA LETTERATURA E' UNA DIFESA CONTRO LE OFFESE DELLA VITA


«La letteratura è una difesa contro le offese della vita.»  (Cesare Pavese)
Cesare Pavese con un’espressione molto forte, ha definito la letteratura come un’arma di difesa dalle aggressioni che la vita è costretta a subire; per lui, scrittore, è stata come una corazza.
Con il termine letteratura, facendo un breve excursus teorico, viene genericamente definito tutto ciò che è carta stampata. Dal fumetto, al romanzo; dal saggio al quotidiano. Tutto ciò che riempie di lettere nere, un foglio inizialmente bianco, cioè vuoto. Distaccandomi, dalla definizione più generale di cosa sia letteratura, e lasciando da parte questioni squisitamente accademiche, mi sembra doveroso, dare una risposta più esatta e centrata di cosa sia in fondo la letteratura. Per fa questo, dobbiamo tornare indietro nel tempo, chiudere gli occhi ed immergerci in un’era non nostra. Adesso, vi trovate davanti un fuoco scoppiettante che lancia fiamme e queste, sembrano salire al cielo e baciarlo. Non siete soli, accanto a voi vi sono altre persone, sedute in cerchio. Ad un certo punto, una di esse comincia a parlare e racconta le gesta di un gruppo di eroi achei, in guerra da ben dieci anni in terra straniera, lontani da casa, afflitti da guerra, pestilenza, miseria, solitudine, immersi in conflitti tra dei e uomini, combattimenti e duelli fatali, anni di strategie ed inganni, che portarono alla capitolazione finale della città rivale, ottenuta grazie all’ingegno e all’astuzia di un uomo, conosciuto con il nome di Odisseo. 
E voi siete lì, con gli occhi sbarrati per le meraviglie ed i prodigi raccontati da quella bocca e da quella voce. Nei secoli, di padre in figlio, questa storia è rimasta accesa e viva come il fuoco scoppiettante, passata di bocca in bocca fino ad arrivare in forma scritta ai nostri giorni e così, anche noi sappiamo della guerra di Troia e dei suoi protagonisti. 
Questa è la letteratura: raccontare. L’uomo lo fa da sempre, esattamente come dipingere, pregare, cantare, ballare. L’arte è eterna perché nasce con l’uomo ed è il mezzo attraverso cui cerca di ricongiungersi ad un infinito che lungamente gli è rimasto nascosto, sconosciuto, senza un nome ed un volto. Ma, ciò non gli ha impedito di desiderare ed anelare ad esso.  
Diceva Keats: «Bellezza è verità, verità è bellezza, questo solo sapete, ed è quanto basta.»   
Ed è esattamente ciò che più risponde e si avvicina alle necessità dell’uomo. L’arte è verità nella misura in cui si propone di mostrare all’uomo la realtà e, nel caso della letteratura, lo fa servendosi del racconto.
I secoli sono passati e tra Dante e D’Annunzio,  vi sono nel mezzo una moltitudine di uomini che hanno portato avanti questa esigenza intrinseca, alcuni più noti, altri dimenticati, altri ancora caduti nel dimenticatoio. Ma che l’uomo abbia la necessità di scrivere, questo è incontestabile.
Se si vuole dare un’occhiata al panorama letterario contemporaneo, non possiamo far a meno di notare che anch’esso è vittima, spesso, del qualunquismo generalizzato e globalizzato della società di oggi, che inevitabilmente colpisce e si rimafica dove possibile. E’ capitato già in passato di soffermarci su pseudo-letterati ed improbabili scrittori che nonostante il loro prodotto sia  scadente e chiaramente indirizzato al commercio e non al prestigio dell’Arte, i risultati delle vendite hanno creato l’illusione che si trattasse di scrittura di qualità. Lungi dal voler riprendere, l’argomento, vorrei altresì soffermarmi su un aspetto che conisidererei fondamentale per comprendere il nocciolo della questione. Se da un lato, la letteratura si è largamente massificata e banalizzata, dall’altro subisce spesso attacchi ingiusti e frettolosi.  
Vi sono i detrattori per costituzione del genere letterario, ritenendolo inferiore, se non di secondaria importanza rispetto alla saggistica o ai trattati di tipo scientifico. Costoro, non solo dimostrano una pochezza di sentimenti, ma anche una conoscenza limitata di cosa sia la scrittura. L’uomo è fatto di razionalità, ma anche di profondità e questa non può essere espressa pienamente se non attraverso la naturalità e la spontaneità della forza lirica, ad esempio. E’ senza ombra di dubbio pregevole l’impegno dell’uomo che si sottopone allo sforzo di rispondere con la ragione, a quesiti riguardanti la società, le leggi, gli ordinamenti, la fisica, l’astronomia, ma ciò che passa attraverso la lente del microscopio, non è in lotta né tanto meno in contrapposizione a ciò che passa per i sentieri del cuore. 
La letteratura tocca proprio quelle corde intime e le muove a ritmo di rime baciate, di punti improvvisi, di enjambement, ossimori, metafore, assonanze, consonanze e non si tratta solo di parole, ma di qualcosa che convolge l’essere tutto.
Un’altra questione da non sottovalutare è il disprezzo aprioristico di alcuni saccenti, per autori non confacenti alle proprie ideologie o vedute sull’esistenza umana. Io credo che la letteratura, poiché esprime proprio esigenze insondabili e richiede una predisposizione dell’animo a lasciarsi afferrare dall’Arte, non possa essere ridotta ad una semplice schematizzazione di buoni contro cattivi.
L’uomo non è mai nero o bianco, perchè nel mezzo vi sono infinite sfumature di grigio. 
L’intento di chi apre un libro e vuole leggere una storia consiste nella capacità di lasciarsi colpire dalla bellezza e di trovare ciò che possa arricchirlo personalmente.
Oppure, spesso si incorre in errori grossolani. Per quanto riguarda la nostra letteratura, l’esempio più lampate ricade sullo “sfigato” Giacomo Leopardi. Parlando con studenti di scuole medie, superiori, docenti talvolta, colleghi universitari e amici, al solo sentire il nome del poeta romantico, l’attributo che gli viene immediatamente etichettato addosso (con molta probabilità sulla gobba) è: pessimista. Nulla di più lontano dall’immensa genialità del giovane poeta di Recanati. 
E per comprendere questo, basta distaccarsi dai clichè di semplicistiche e riduttivistiche vedute, aprire il volume dei Canti, cercare L’infinito e lasciarsi trasportare sul colle, immaginare l’orizzonte nascosto dietro la siepe e alla fine, abbandonarci al naufragare in un mare che sa di desiderio di oblio, pace, silenzio, contemplazione. 
Dal dolore e non dal pessimismo nascono capolavori come questo. V’è differenza tra il soffrire interiormente e il soffrire per ideologia. Giacomo, era un uomo afflitto ed incompreso e tutto questo si evince nella bellezza dei suoi versi, nel suono melodico del ricordo nostalgico del canto di Silvia. Solo chi passa per la via del dolore, può dividere questo struggimento con il mondo, perché l’idea di essere in una solitudine senza speranza, vuol dire rinunciare alla vita, vuol dire ammettere di aver perso prima ancora che la partita sia finita; ed invece, c’è una storia da raccontare, prima della parola fine, prima di mettere il punto.
Un grande della letteratura ha detto: « Noi leggiamo per avere la consapevolezza di non essere soli.»  

VALENTINA RAGAGLIA

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