LE VISITE

mercoledì 8 agosto 2012

FORZA ALEX


Nei giudizi umani si castiga colui che confessa la propria colpa: nel giudizio divino, lo si perdona.  Josemaría Escrivá de Balaguer

 

E’ stata la conferenza stampa di quest’oggi a togliermi ogni dubbio su Alex Schwazer.

Quelle parole pronunciate con umiltà, in modo semplice e diretto, quello sguardo sconsolato e sconfitto, quelle lacrime che a singhiozzo hanno interrotto la conferenza stampa, non possono non commuovere umanamente. Nell’ammettere di aver sbagliato, non ha usato scappatoie, non ha addossato la colpa a nessun altro se non a se stesso. Ha raccontato i fatti, senza giustificarsi, senza schivare le domande inopportune, volgari e maldestre dei giornalisti, che come sciacalli erano pronti a cogliere in fallo il giovane atleta.

Alex non s’è tirato indietro. Avrebbe potuto saltare i controlli, partire per Londra, gareggiare e possibilmente anche vincere, ma non ce l’ha fatta: dentro di lui qualcosa di più forte ed insistente ha urlato e lui non ha fatto altro che ascoltare e rispondere a questo grido.

Il senso di colpa per l’azione che ha commesso ha prevalso sull’orgoglio, sul desiderio bramoso di successo e denaro.

Ha dichiarato che oltre quelle 4 medaglie già appese a casa per lui c’è qualcosa che conta di più come la famiglia, gli amici e l’amore. “Potrei anche perdere, tornare a casa dopo un Olimpiade senza successo, i giornali mi bastonerebbero, ma troverei sempre aperta la porta di casa.”

Velatamente, ma sempre senza puntare il dito contro gli altri, Alex ha fatto intendere che la Federazione ha rilasciato delle dichiarazioni imprecise sul come, quando e perché sia accaduto il fattaccio e anche questo lascia il cittadino comune di fronte non pochi dubbi e numerose perplessità. Io non ho visto un uomo fragile, ma un uomo e basta che messo di fronte l’errore ha saputo riconoscerlo e pentirsene. 28 anni e la vita ancora davanti senza paura e futili vittimismi di fronte la dura realtà di dover lasciare (con alte probabilità) l’arma dei Carabinieri, lo sport a livello agonistico e cercare un impiego qualunque. Non farà ricorsi e non chiederà riduzione e sconti di pena, pagherà fino all’ultimo la sua scelta di doparsi.

Di fronte ad una lunga conferenza stampa come questa, senza esibizionismi, toni esagitati, improperi, reclami e recriminazioni, ho intimamente applaudito all’esempio di Schwazer. Una giornalista ha provato ad insistere sul fatto che avrebbe potuto non parlarne a nessuno ed è stata zittita dall’onesta di Alex che ha ribattuto dicendo che non sarebbe stato tranquillo con se stesso.

Il messaggio che infine ha voluto lanciare è un appello ai giovani: “non dopatevi, perché non ha nessun senso. Sì, potrete anche vincere ed essere felici per un attimo, ma poi la vita è altro ed io questo ora l’ho capito. Voi potete scegliere, non siete come gli atleti di altri paesi che si ripetono continuamente : devo, devo, devo. Voi potete farlo per passione ed essere sereni, solo così si vince davvero.”

Esemplare anche Carolina Kostner: starà al fianco del suo fidanzato. Lo aiuterà a riprendersi e a voltare pagina. Questo è quello che si chiama semplicemente amore. Alex sapeva che un’azione simile avrebbe potuto minare la fiducia e il rapporto tra di loro ed invece, Carolina, ha saputo dare una prova chiara ed inequivocabile che amare è guardare l’altro negli occhi e amarlo sinceramente (dal lat. sine cera: le statue romane, considerate preziose, non venivano ritoccate con la cera per coprire gli eventuali danni causati dall’usura del tempo; ma le lasciavano così com’erano proprio perché apparivano belle ugualmente) per quello che è e non per quello che appare.

Oltre le medaglie c’è di più.

La sonora tirata d’orecchie credo che se la meriti senza pietà il puglie Oliva che in diretta su Skytg24 ha rilasciato delle dichiarazioni meschine e cattive nei confronti di Schwazer: dalla possibilità di un incidente diplomatico con la Turchia (dove Alex ha ammesso di aver comprato il doping) all’accusa di infantilismo di fronte le lacrime: “I veri campioni sono altri... Uno come lui dovrebbe essere estromesso dallo sport anche amatoriale.”

Credo che seppur Oliva abbia conquistato con il sudore di mesi di durissimo allenamento i suoi successi come pugile, abbia completamente perso di vista che siamo umani e come dicevano i latini l’errare rientra nel ventaglio di opzioni che la vita ci offre. Nessuno è perfetto e l’ipocrisia di dover dare un’immagine di sé senza macchie, senza sbavature, senza buchi è davvero inverosimile ed impossibile. La bellezza sta anche nelle imperfezioni. E poi basta con questi tormentoni da buonisti. Ho apprezzato molto di più questa ammissione di colpa di Alex, la dichiarazione della Cagnotto che ha dettoo: “evidentemente le Olimpiadi non sono per me”, che i piagnistei a bordo piscina di Filippo Magnini o Federica Pellegrini.

Credo che oltre i muscoli ci voglia una dose d’intelligenza e tanta semplicità. Chi è senza peccato, scagli la prima pietra.

VALENTINA RAGAGLIA

domenica 17 giugno 2012

SAY YES TO THE DRESS! WHY NOT?


Che sia bianco, panna, champagne, di pizzo, taffetà, seta, organza, ricamato, stretto o largo non ha importanza, la cosa che conta è averlo ad ogni costo…Non avete ancora capito? Ma sì! E’ il vestito da sposa! Quante bambine fin da piccole hanno sognato l’abito da sposa dei loro sogni? Quante si sono viste incoronare e coronare il loro romantico sogno d’amore con un fantastico e scintillante abito indosso? Penso tutte, nessuna esclusa.
Ultimamente si sente spessissimo che il matrimonio sta perdendo sempre più “importanza”, soppiantato da altre forme più liquide e instabili di convivenza che comunque, potenzialmente garantiscono di non finire cucinato da un avvocato con un conto molto salato a fine relazione, allo stesso tempo permettono il lusso di vivere come una normale coppia sposata. Il matrimonio, d’altro canto, quando c’è, spesso è basato su fondamenta di paglia, pronte a bruciare alla prima scintilla. Il divorzio, ormai è una “operazione di routine”. L’eccezione, nei tempi duri che viviamo, sembra essere il matrimonio duraturo, quello che suona più o meno così: la prima volta è per sempre, finchè morte non vi separi (e direi: anche oltre). La società che ci circonda, la cultura dell’anti-famiglia, anti-bambini, anti-vita, come scintilla di degenerazione consta di una perdita sostanziale dell’importanza del vincolo matrimoniale. La famiglia, fondata sul matrimonio (come recita anche la nostra Costituzione, che da più parti viene sbandierata per difendere valori molto più opinabili) è il nucleo primordiale e centrale della società. Ed è così, e deve essere così in ogni angolo del nostro mondo, perché si tratta di diritto naturale, cioè insito nell’uomo stesso. Il matrimonio, in particolar modo quello cattolico, considera l’unione carnale, il compimento supremo e la realizzazione di un amore, che avviene perché attraverso la carne vi è un unione di anime in comunione con Dio. Questo rapporto, che non tiene conto dell’altra Persona che vi partecipa, inevitabilmente scade, si deteriora e perde tutta la sua naturale bellezza. Se non c’è un amore sigillato da un patto, non può esservi vita, senza uomini e donne, non esisterebbe la società e senza la società, il mondo da chi sarebbe popolato? Già assaggiamo le prime dosi di cicuta dateci dal riconoscimento delle coppie di fatto in più parti d’Europa e del mondo (l’Italia ancora tiene duro -per altri è semplicemente indietro- ma per quanto ancora?) e delle unioni (sì, unioni, mi rifiuto di usare la parola matrimonio, che viene da latino e vuol dire: mura materne, quindi, impossibile ritrovare l’accezione dell’accoglienza alla vita in una coppia che tutto può fare, meno che procreare) omosessuali. La famiglia regge il mondo. Né la sola donna, né il solo uomo. Bensì la loro unione. Fatto questo piccolo accenno sull’importanza dell’unire la propria vita alla persona che si ama più di se stessi, bisogna andare a cercare il nocciolo duro della questione che vorrei trattare. Ultimamente (veramente, ormai un paio d’anni), seguo su un canale sky (il 124, per l’esattezza) vari programmi sul matrimonio. Un primo programma molto accattivante spiega come un wedding planner organizzi fin nel minimo dettaglio un matrimonio, senza far fare brutta figura agli sposi e creando atmosfere di altri tempi, soprattutto accontentando ogni desiderio dei novelli sposini. E’ divertente ed istruttivo allo stesso tempo. Perché? Prima di tutto, chi non è ancora sposato può prendere spunto per qualche idea per il proprio matrimonio e quindi, detto volgarmente “farsi una cultura” su come sistemare le posate, come preparare ed imbandire la tavola e la Chiesa, quali bomboniere offrire in dono agli ospiti e così via, nel rispetto del bon ton e del buon gusto made in Italy. Secondariamente, ci si può sentire rincuorati dal fatto che esista ancora qualcuno che abbia il barbaro coraggio di mettere una fede al dito e un sigillo sul cuore. Ed infine, grazie alla bravura del wedding planner il programma acquisisce toni leggeri e briosi, che comunque non fanno perdere di vista la tenerezza nel vedere la commozione di parenti ed amici che, inevitabilmente spingono a pensare e ad immaginare il momento del “sì” nelle giovani fanciulle ancora single e che nelle mamme di quest’ultime, invece risveglia il ricordo di quel giorno, diventato ormai anniversario. L’altro programma, invece, è: Abito da sposa cercasi. Adoro questo programma, si possono prendere tantissimi spunti e imparare molti trucchi e accorgimenti per il proprio abito da sposa. Ho sempre pensato che questi programmi siano utilissimi, di certo più di Sex and City, o Disperate Hausewife e così via. Ma mi sbagliavo. Di recente, su un blog mi è capitato di leggere che programmi così vanno disprezzati.
Su cosa verterebbe questa ardua sentenza?
Sul fatto che l’attenzione sia esclusivamente focalizzata sull’abito della sposa e che non prenda in considerazione altro che riguardi il matrimonio. Ora, cari amici, se un programma tratta di cucina cinese, può parlare anche della cucina italiana? No. Ma questo attacco è semplicemente un atto compiuto da quattro puritani che pensano di essere gli eletti sul tema “matrimonio”. Invece, consiglio a tutti, giovani e meno giovani, sposati o meno, di guardare questo programma (se ovviamente, ne hanno le possibilità), perché quando intervistano le ragazze che devono scegliere il loro abito raccontano sempre come si sono conosciute con il proprio lui, sul perché si sposano, su come sia bello e fortemente atteso questo momento e così via. Quindi, non è una smodata fiera della vanità, anche perché qualche ragazza con un portafogli non troppo largo è costretta a scegliere un abito che costi poco e questo significa  non mettere davanti ad esigenze e costi il proprio io, ma piuttosto prendere in considerazione che vi sono delle spese che richiedono molti sacrifici e che sfruttarli solo per un abito, non è per tutti, in questi tempi di crisi, poi! Ma anche se l’abito fosse pomposo qual è il problema? Possiamo, noi leggere nei cuori altrui e sapere se quelle ragazze a parte la preoccupazione della ricerca del vestito (alcune si riducono proprio all’ultimo momento, quindi, anche in questo caso vorrei capire dove sia tutto questo fregolo e ossessione per l’abito) non abbiano poi in fondo capito, cosa sia il matrimonio? No. Questi programmi, invece, vanno inquadrati nella giusta ottica. Essere belle per il proprio (futuro) marito, non è peccato, dare valore anche alla veste sponsale nemmeno. Anche perché, a queste signore moraliste (che poi sono le prime a fare da sponsor a ben altra vanità: tacchi smisurati e smalti ad ogni occasione) andrebbe ricordato il valore simbolico dell’abito da sposa, da sempre molto presente nella nostra cultura: è simbolo di purezza. Perché non dare rilievo anche a questo aspetto? Perchè non cercare di rivalutare la purezza  della sposa anche partendo da questi programmi innocenti? Cerchiamo di non fare troppo i sofisticati e gli snob, poiché ci si perde soltanto. Cerchiamo invece, di prendere quel che di buono ci circonda e utilizziamolo per i nostri fini. Solo così avremo provato a combattere la buona battaglia. Dire di sì al vestito, vuol dire aver detto sì al matrimonio.

STEFANIA RAGAGLIA

lunedì 4 giugno 2012

LA LETTERATURA E' UNA DIFESA CONTRO LE OFFESE DELLA VITA


«La letteratura è una difesa contro le offese della vita.»  (Cesare Pavese)
Cesare Pavese con un’espressione molto forte, ha definito la letteratura come un’arma di difesa dalle aggressioni che la vita è costretta a subire; per lui, scrittore, è stata come una corazza.
Con il termine letteratura, facendo un breve excursus teorico, viene genericamente definito tutto ciò che è carta stampata. Dal fumetto, al romanzo; dal saggio al quotidiano. Tutto ciò che riempie di lettere nere, un foglio inizialmente bianco, cioè vuoto. Distaccandomi, dalla definizione più generale di cosa sia letteratura, e lasciando da parte questioni squisitamente accademiche, mi sembra doveroso, dare una risposta più esatta e centrata di cosa sia in fondo la letteratura. Per fa questo, dobbiamo tornare indietro nel tempo, chiudere gli occhi ed immergerci in un’era non nostra. Adesso, vi trovate davanti un fuoco scoppiettante che lancia fiamme e queste, sembrano salire al cielo e baciarlo. Non siete soli, accanto a voi vi sono altre persone, sedute in cerchio. Ad un certo punto, una di esse comincia a parlare e racconta le gesta di un gruppo di eroi achei, in guerra da ben dieci anni in terra straniera, lontani da casa, afflitti da guerra, pestilenza, miseria, solitudine, immersi in conflitti tra dei e uomini, combattimenti e duelli fatali, anni di strategie ed inganni, che portarono alla capitolazione finale della città rivale, ottenuta grazie all’ingegno e all’astuzia di un uomo, conosciuto con il nome di Odisseo. 
E voi siete lì, con gli occhi sbarrati per le meraviglie ed i prodigi raccontati da quella bocca e da quella voce. Nei secoli, di padre in figlio, questa storia è rimasta accesa e viva come il fuoco scoppiettante, passata di bocca in bocca fino ad arrivare in forma scritta ai nostri giorni e così, anche noi sappiamo della guerra di Troia e dei suoi protagonisti. 
Questa è la letteratura: raccontare. L’uomo lo fa da sempre, esattamente come dipingere, pregare, cantare, ballare. L’arte è eterna perché nasce con l’uomo ed è il mezzo attraverso cui cerca di ricongiungersi ad un infinito che lungamente gli è rimasto nascosto, sconosciuto, senza un nome ed un volto. Ma, ciò non gli ha impedito di desiderare ed anelare ad esso.  
Diceva Keats: «Bellezza è verità, verità è bellezza, questo solo sapete, ed è quanto basta.»   
Ed è esattamente ciò che più risponde e si avvicina alle necessità dell’uomo. L’arte è verità nella misura in cui si propone di mostrare all’uomo la realtà e, nel caso della letteratura, lo fa servendosi del racconto.
I secoli sono passati e tra Dante e D’Annunzio,  vi sono nel mezzo una moltitudine di uomini che hanno portato avanti questa esigenza intrinseca, alcuni più noti, altri dimenticati, altri ancora caduti nel dimenticatoio. Ma che l’uomo abbia la necessità di scrivere, questo è incontestabile.
Se si vuole dare un’occhiata al panorama letterario contemporaneo, non possiamo far a meno di notare che anch’esso è vittima, spesso, del qualunquismo generalizzato e globalizzato della società di oggi, che inevitabilmente colpisce e si rimafica dove possibile. E’ capitato già in passato di soffermarci su pseudo-letterati ed improbabili scrittori che nonostante il loro prodotto sia  scadente e chiaramente indirizzato al commercio e non al prestigio dell’Arte, i risultati delle vendite hanno creato l’illusione che si trattasse di scrittura di qualità. Lungi dal voler riprendere, l’argomento, vorrei altresì soffermarmi su un aspetto che conisidererei fondamentale per comprendere il nocciolo della questione. Se da un lato, la letteratura si è largamente massificata e banalizzata, dall’altro subisce spesso attacchi ingiusti e frettolosi.  
Vi sono i detrattori per costituzione del genere letterario, ritenendolo inferiore, se non di secondaria importanza rispetto alla saggistica o ai trattati di tipo scientifico. Costoro, non solo dimostrano una pochezza di sentimenti, ma anche una conoscenza limitata di cosa sia la scrittura. L’uomo è fatto di razionalità, ma anche di profondità e questa non può essere espressa pienamente se non attraverso la naturalità e la spontaneità della forza lirica, ad esempio. E’ senza ombra di dubbio pregevole l’impegno dell’uomo che si sottopone allo sforzo di rispondere con la ragione, a quesiti riguardanti la società, le leggi, gli ordinamenti, la fisica, l’astronomia, ma ciò che passa attraverso la lente del microscopio, non è in lotta né tanto meno in contrapposizione a ciò che passa per i sentieri del cuore. 
La letteratura tocca proprio quelle corde intime e le muove a ritmo di rime baciate, di punti improvvisi, di enjambement, ossimori, metafore, assonanze, consonanze e non si tratta solo di parole, ma di qualcosa che convolge l’essere tutto.
Un’altra questione da non sottovalutare è il disprezzo aprioristico di alcuni saccenti, per autori non confacenti alle proprie ideologie o vedute sull’esistenza umana. Io credo che la letteratura, poiché esprime proprio esigenze insondabili e richiede una predisposizione dell’animo a lasciarsi afferrare dall’Arte, non possa essere ridotta ad una semplice schematizzazione di buoni contro cattivi.
L’uomo non è mai nero o bianco, perchè nel mezzo vi sono infinite sfumature di grigio. 
L’intento di chi apre un libro e vuole leggere una storia consiste nella capacità di lasciarsi colpire dalla bellezza e di trovare ciò che possa arricchirlo personalmente.
Oppure, spesso si incorre in errori grossolani. Per quanto riguarda la nostra letteratura, l’esempio più lampate ricade sullo “sfigato” Giacomo Leopardi. Parlando con studenti di scuole medie, superiori, docenti talvolta, colleghi universitari e amici, al solo sentire il nome del poeta romantico, l’attributo che gli viene immediatamente etichettato addosso (con molta probabilità sulla gobba) è: pessimista. Nulla di più lontano dall’immensa genialità del giovane poeta di Recanati. 
E per comprendere questo, basta distaccarsi dai clichè di semplicistiche e riduttivistiche vedute, aprire il volume dei Canti, cercare L’infinito e lasciarsi trasportare sul colle, immaginare l’orizzonte nascosto dietro la siepe e alla fine, abbandonarci al naufragare in un mare che sa di desiderio di oblio, pace, silenzio, contemplazione. 
Dal dolore e non dal pessimismo nascono capolavori come questo. V’è differenza tra il soffrire interiormente e il soffrire per ideologia. Giacomo, era un uomo afflitto ed incompreso e tutto questo si evince nella bellezza dei suoi versi, nel suono melodico del ricordo nostalgico del canto di Silvia. Solo chi passa per la via del dolore, può dividere questo struggimento con il mondo, perché l’idea di essere in una solitudine senza speranza, vuol dire rinunciare alla vita, vuol dire ammettere di aver perso prima ancora che la partita sia finita; ed invece, c’è una storia da raccontare, prima della parola fine, prima di mettere il punto.
Un grande della letteratura ha detto: « Noi leggiamo per avere la consapevolezza di non essere soli.»  

VALENTINA RAGAGLIA

sabato 5 maggio 2012

Marco Mengoni: da Re Matto a Re Solo. Il tour teatrale fa tappa in Sicilia.


Descrivere le cose belle, è sempre difficilissimo perché vuol dire far prendere corpo a qualcosa che per magia, per un’inspiegabile ragione, entra dentro, riscalda il cuore e fa stare bene. Non è un semplice e fugace “star bene”, ma una condizione dello spirito più profonda di quanto si creda. Questa è Arte, l’arte con la A maiuscola, quella che commuove e mostra all’uomo un piccolo angolino di paradiso. Arte è, quindi, tutto ciò che l’uomo crea di bello per l’altro uomo. E’ uno scambio proficuo per chi riesce a mettersi in sintonia con il messaggio che chi fa arte, cioè l’artista, vuole lanciare. Tutto questo vale per la letteratura, la pittura, la scultura e anche per la musica. Senza volersi dilungare su cosa sia la musica, poiché la querelle al riguardo è ancora accesissima; ponendoci  però, semplicemente questo interrogativo, possiamo affermare, senza paura di essere assaliti, che la musica è emozione, un moto interiore dell’anima, che sembra voler scalpitare e venire fuori nota dopo nota. Valga per la classica, come per la leggera, perché i tempi cambiano ed anche l’uomo, ma ciò che è bello è una gioia per sempre, diceva Keats.
Spostando l’attenzione su ciò che quest’Arte oggi propone, nel mare magnum della mediocrità, spicca sempre un piccolo bagliore di speranza. Marco Mengoni con i suoi soli 23 anni, è senza ombra di dubbio la promessa e il futuro della musica leggera italiana. Non è una considerazione fatta su ciò che umanamente mi trasmette la sua musica, ma una constatazione oggettiva, che si fonda su un’analisi di ciò che il panorama italiano offre e ciò che più si avvicina, oltre alla quantità (Marco ha vinto numerosi premi e riconoscimenti, basti guardare le sue informazioni di presentazione) , alla qualità. Far musica è difficilissimo, arrivare ad un pubblico dagli 0 ai 99 anni, ancor di più. Eppure, lui, con la sua semplicità e la sua umanità così tangibile, ci riesce. Non è un fenomeno mediatico, ha già abbandonato da tempo la strada televisiva che l’ha lanciato (Xfactor e SanRemo), per seguirne una più dura, più difficile ed in salita. Non sappiamo quali sentieri verranno percorsi, ma senza dubbio, alla fine della strada, avremo la risposta. Una carriera ancora breve, ma molto intensa, che già lascia candidamente vedere verso quali margini di esplorazione sia Mengoni. Dal calderone del talent show, al tour teatrale, Marco ha fatto un passo della gamba molto lungo e rischioso, ma con risultati davvero sorprendenti. L’Xfactor di Marco, non è solo un concetto legato al programma televisivo che con una formula breve vuole lanciare il suo format, ma è qualcosa che ha a che fare con la sua parte più personale. Uno scrittore usa i libri, la carta per tirare fuori la sua anima; un cantante usa la musica,  la voce per far prender corpo a ciò che inizialmente è solo una necessità di sfogo, una personale necessità, ma che nella pienezza dell’Arte, diventa un cum sentire.
Il Tour teatrale, cominciato poco meno di un mese fa, è una nuova riproposizione del tour invernale lanciato con due anteprime (Milano e Roma) lo scorso novembre e che ha cambiato forma nel suo divenire, per mostrare, ancora una volta un aspetto inedito del giovane cantante. Se l’album Solo 2.0, oltre ad illustre collaborazioni, può contare su un sound ed una voce più raffinata e matura, se il tour nei palazzetti è stato un’estenzione del disco, con scenografie in chiave futurista; il tour teatrale si discosta dall’eccentricità, dall’estrosità, dall’eccesso, per porsi in chiave più intimista, più riservata, più personale.  Ed è stato esattamente così ieri sera a Catania per la prima tappa siciliana che impegna in questi mesi il giovane artista. Un’esperienza che le sole parole possono a mala pena descrivere, perché bisogna provare per credere.  Le mie aspettative, molto alte perché direttamente proporzionali all’attesa (durata quasi 3 anni) di un evento simile, sono state clamorosamente smentite. Mi aspettavo qualcosa di sorprendente, fantastico, accattivante, superbo, incredibile etc. etc.; ed invece tutti questi aggettivi sono al di sotto della media di ciò che effettivamente è stato.
Sul palco è salito un ragazzo che con la febbre addosso, ha promesso che si sarebbe “spaccato le vene” pur di farci divertire. Condizione fisica non ottimale, eppure, se questa indisposizione è stata incisiva nel suo rendimento, ben venga la febbre. L’introduzione al concerto, in cui la voce di Marco e le immagini che sui due piccoli pannelli posti in alto scorrono, sintetizzano come ci si trovi in una condizione in cui l’effimero, il passeggero, rubi e risucchi gran parte della vita dell’uomo, facendolo nascere vecchio e di come invece, un progressivo tornare indietro, all’origine ed alla nascita, sia indispensabile per poter cogliere il senso più alto della vita. Ripartire dall’orgasmo che c’ha generato. Il concerto comincia con il brano riarrangiato, (come tutti i pezzi a cura di Elisa), Tonight, ma Marco non si mostra se non con la sua ombra riflessa su un telo, non ci sono condizionamenti di alcun tipo, distrazioni di alcun genere, occhi ed orecchie in perfetta sintonia per lasciarsi guidare da una voce calda, potente e seducente.  Gli acuti e gli eccessi, che hanno spesso fatto indignare critica e giornalisti, sono assenti. Non ci sono sbavature nella sue performance. Non c’è traccia di qualcosa di impuro, ma le aggiunte, i cambiamenti delle parole dei testi, sono spontanei e lasciano intravedere senza ombre un giovane che fonda la sua vita sull’amore, da intendere in senso lato, come il sentimento più profondo e difficile con cui l’essere umano si rapporta. Un trasporto intenso, accresciuto dalla calorosa partecipazione attiva del pubblico siciliano ed in particolare, per lo più, catanese. Una partecipazione avvolgente e non invadente che ha saputo rispondere prontamente alle sollecitazioni dell’artista nel seguirlo verso la magia della musica, esattamente come farebbe il pifferaio magico. La comunicazione anche verbale, mostra l’indole istrionica  e altamente accattivante di Mengoni. Concerto diviso in due parti, dunque. Dopo una breve pausa, si è  ripreso con brani più adatti ad un pubblico che ha voglia di ballare e che sotto invito è accorso sotto il palco. Richiamo della sicurezza a cui nessuno voleva stare ma che con una sollecitazione di Marco “fatelo per me”, ha riscosso successo. Una serata all’insegna della musica e del divertimento spontaneo, in cui non vi è distanza tra chi canta e chi ascolta, l’ambiente del teatro è congeniale alla necessità di Marco di avere il pubblico con sé e del contatto umano. Toccare le emozioni per assorbirle, per affrontare la difficoltà iniziale dell’influenza, per dare il meglio di sé con una carica ed una grinta straordinaria. Un Mengoni non solo cantante, ma che si riscopre scenografo, regista e anche arrangiatore, che ci porta in un viaggio di circa quarant’anni di musica, per riscoprirla e rivalorizzarla. Un vero e proprio fac totum. Strappare la bellezza ovunque essa sia e Marco lo fa prendendo spunto dai Beatles, per poi passare dall’altra parte del mondo con Elvis, fino ad arrivare ai nostri giorni, con un ricordo ancora acceso e per nulla appassito di  Amy Winehouse. Un’esperienza straordinaria, che sicuramente ha commosso Marco che come sempre ha ringraziato il suo pubblico, apostrofandolo con l’aggettivo caldo. E non poteva essere diversamente l’accoglienza che si sarebbe potuto aspettare da questa terra e dai suoi abitanti, dove il calore ci arriva direttamente dal sole. A chi ancora oggi, nutrisse dubbi sulla qualità artistica ed umana di Marco Mengoni, propongo, sollecitamente di provare una tappa del suo Tour che lo terrà impegnato fino alla fine di maggio in giro per l’Italia.
Prima di storcere il naso, drizzare le orecchie.
                                                                         VALENTINA RAGAGLIA

domenica 19 febbraio 2012

Costi, prezzi, saldi e crisi: quanto siamo disposti a sacrificare per l’amor del Vero?


"Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi." (Mt 5, 11-12)

“E’ tempo di crisi”. Così ho sentito con le mie orecchie ed ho letto con i miei occhi.
“E’ tempo di crisi.” Lo si legge nei giornali, lo si vede al telegiornale.
Ma cos’è questa crisi?
C’è chi crede sia lo spread -il vocabolo tormentone di questo inverno- le borse inceppate e che non riescono a risalire se non timidamente, gli ammonimenti dell’UE ai governi, la tiratina d’orecchie congiunta Merkel-Sarkozy, la mancanza di lavoro, la precarietà dei giovani, l’enigma “articolo 18”, il Professore, il Cavaliere, la politica. Sì, effettivamente questa è una crisi, una crisi di tipo economico, dalle conseguenze non indifferenti, che ha coinvolto le più grandi potenze capitaliste del mondo, che ha danneggiato le multinazionali e che, ha dimostrato l’inconsistenza di un modello economico che si credeva solido ed invece è crollato sotto il peso della sua inconsistenza. Un dramma, che sembra allegoricamente celarne un altro, di una portata ben più profonda e molto meno materialistica.

La crisi dei valori è lo specchio nel quale si è riflessa quella finanziaria che stiamo vivendo da qualche anno a questa parte; uno specchio che fedelmente si lascia guardar dentro e che non cela nessuna aurea di mistero. Questa crisi, che mette alla berlina l’amore, la famiglia, l’amicizia, la sincerità, la fedeltà, sembra aver permeato e imbevuto ogni cosa, esattamente come il frutto del serpente nell’Eden, divide, allontana e soprattutto, genera la morte della speranza.

Insomma, ci troviamo a vivere in un mondo che se non è assolutamente ed interamente nero, ha una tonalità di grigio molto vicina ad ess o. Ma il grigio dà la debole speranza che la fiamma della candela della nostra vita, possa sopravvivere. Ed è una sopravvivenza che deve essere fatta di lotta, di resistenza alle tenebre e che non deve far indietreggiare, perché è un dovere imprescindibile il difendere quello in cui si crede a qualsiasi costo e non necessariamente con quello della vita, anche se il testimoniare (l’essere martire nell’accezione più spiccatamente greca del termine) lo prevede, è messo nel conto, ma credo che si debba cominciare col dimostrarlo nelle piccole cose.

Difendere ciò che è vero, la Verità (parola che potrebbe suscitare brividi di sdegno e di orrore) comporta dei rischi ed essi sono più alti man mano che il grado di incomprensione aumenta e non solo con chi la pensa diametricalmente in maniera diversa da noi, da chi è distante anni luce dal nostro sentire cum, ma anche con chi è vicino alle nostre posizioni. La difesa della verità, diventa così, difesa della libertà, di quella libertà che c’è stata data e che siamo chiamati a gestire da soli, perché nostra. Il pomo della discordia non conosce schieramenti, il suo unico obiettivo è colpire e spesso vi riesce; quindi, che prezzo siamo pronti a pagare, pur di difendere qualcosa che è più grande di noi?

La mancanza di fiducia, l’indifferenza e spesso la superbia, accentuate dalla crisi dei valori di cui sopra, sono il pane quotidiano che il ricercatore e il difensore della Verità deve masticare ed inghiottire ogni giorno, subendo attacchi, affronti, ingiustizie, sapendo che questa è la sua vocazione, ciò per cui è stato chiamato. Bisogna avere coraggio, il coraggio di anteporre ai propri interessi, quelli che portino al bene comune, il coraggio di correre il rischio di essere deriso ed umiliato anche dagli amici, quelli più cari.

Il prezzo della Verità, non è quantificabile con nessuna cifra in euro, dollari o yen; non è misurabile in azioni, parcelle, assegni; non conosce spread, quotazione dell’indice, capital market line; ma solo il prezzo della predisposizione al sacrificio che ognuno di noi mette a disposizione di un’opera di cui, probabilmente non vedremo i frutti, ma che certamente s’impegna per seminare qualcosa che possa trovare un terreno fertile dove germigliare; non per soddisfazione personale, ma con disinteresse per la propria gloria, mettendoci a servizio con umiltà, riconoscendo i nostri limiti e le nostre mancanze.

L’impegno deve essere costante ed in ogni campo in cui si opera. Non ci si chiede di essere i Superman che salveranno il mondo, questo lo lasciamo fare alla Bellezza, ma di cooperare per la Verità e recentemente, proprio chi porta questo motto, ha invitato tutti gli uomini di buona volontà ad operare anche via web, nei social network, nei blog, tenendo presente che bisogna misurare il modo con cui agiamo, nel rispetto del prossimo e del messaggio di cui ci facciamo promotori: “Parola e silenzio. Educarsi alla comunicazione vuol dire imparare ad ascoltare, a contemplare, oltre che a parlare, e questo è particolarmente importante per gli agenti dell’evangelizzazione: silenzio e parola sono entrambi elementi essenziali e integranti dell’agire comunicativo della Chiesa, per un rinnovato annuncio di Cristo nel mondo contemporaneo. A Maria, il cui silenzio “ascolta e fa fiorire la Parola”, affido tutta l’opera di evangelizzazione che la Chiesa compie tramite i mezzi di comunicazione sociale.”

Ed è con l’augurio del papa che voglio concludere questa breve riflessione; perché è in queste parole che bisogna trovare la forza di non demordere, anche quando ci sembra di star pagando un prezzo troppo alto in periodo di saldi, perché ogni nostra azione è tenuta sotto stretta osservazione e ne verremo ripagati grandemente, non dubitiamone.

VALENTINA RAGAGLIA

domenica 12 febbraio 2012

MARCIA PER LA VITA, PALERMO 4 FEBBRAIO 2012


«Ci troviamo di fronte ad uno scontro immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la “cultura della morte” e la “cultura della vita”. Ci troviamo non solo «di fronte», ma necessariamente «in mezzo» a tale conflitto: tutti siamo coinvolti e partecipi, con l'ineludibile responsabilità di scegliere incondizionatamente a favore della vita.» (Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Evangelium vitae sul valore e l'inviolabilità della vita umana.)

Pochi giorni fa a Palermo, si è svolta la seconda edizione della “Marcia per la vita”, rispetto all’anno precedente, l’adesione è stata più numerosa, moltissime, infatti, erano le sigle di gruppi e associazioni che hanno aderito all’iniziativa.
Vorrei rendervi partecipi e farvi vivere l’emozione che ho provato io.

Era prevista pioggia proprio nella fascia oraria in cui doveva svolgersi la marcia. Non vi dico l’ansia che ho provato fin quando non sono arrivata a Palermo, con il mio fidanzato, che mi ha accompagnata in questa importante missione. Ma la Sicilia, come dico sempre, non delude mai, e pur essendoci stato un bel sole splendente la mattina e di pomeriggio il cielo sia soltanto un po’ annuvolato, la pioggia tanto attesa, tanto scongiurata e prevista è stata la grande assente di questa giornata. Ammetto, di aver pregato tanto il Signore, affinché nessun impedimento ostacolasse la riuscita della marcia, e mi ha accontentata. Ecco, quindi, la prima soddisfazione, che potrà sembrare banale, ma che in realtà non lo è.
Secondariamente, vorrei descrivervi un po’ come era organizzata la marcia stessa. Al primo posto campeggiavano le mamme con i bambini, poi le autorità civili e a seguire tutti i gruppi e le associazioni.
Sono rimasta particolarmente stupita, del fatto che, la marcia sia un evento trasversale, che cioè coinvolge tutti gli uomini e donne di buona volontà che razionalmente (e non solo per via del loro credo) ritengono aborto ed eutanasia delle follie. E questo è testimoniato, anche, dalla copiosa partecipazione degli evangelici. Il loro striscione era molto significativo: c’era disegnato un neonato con la domanda: “Sono qualcuno o sono qualcosa?”. Uno slogan che racchiude un mondo. E complimenti ai fratelli evangelici per la grinta avuta durante tutta la marcia, infatti a intervalli regolari, urlavano: “Aborto ed eutanasia sono una follia” e altri slogan di questo tipo.
C’era anche chi, faceva silenziosamente il proprio rosario quotidiano, chi lo faceva in gruppo, chi distribuiva volantini e chi silenziosamente marciava contro l’eutanasia (ancora non legalizzata) e l’aborto. Ebbene, non sarà certo questa marcia a fermare i nostri sconsiderati governanti, ma di certo è un segno tangibile del fatto che c’è qualcuno che non tollera e non sopporta queste violenze quotidiane contro il diritto naturale, contro la persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio. Per diritto di cronaca, mi sento in dovere, di dire che, nel contempo nella piazza Politeama, vi era una ‘contro- manifestazione’, i volontari del WWF (se non vado errando) che manifestavano contro le torture sugli animali, contro la caccia etc. Bene, mi sento in obbligo di dire, che urlavano: “salviamo prima i bambini, ma anche loro” (riferito agli animali), ma nella pratica loro sono ben lontani dall’applicare questo slogan, poiché mettono sullo stesso piano un bambino e un animale. La loro è una deformazione ideologica che annebbia e oscura quel loro motto che ho riportato più sopra.
La marcia si è conclusa davanti al teatro Massimo di Palermo.
Spero di poter partecipare nuovamente il prossimo anno.
Vi ricordo l’appuntamento a Roma previsto per il 13 Maggio, per un’altra marcia per la vita.
Infine, mi sento di ringraziare la mia famiglia, perché fin da quando ero bambina mi ha educato alla cultura della vita, il mio fidanzato che con me ha condiviso questa esperienza e infine, ma non perché meno importante, ringrazio Nostro Signore.

STEFANIA RAGAGLIA

giovedì 19 gennaio 2012

TOY STORY. L'emergenza educativa si combatte anche con i giocattoli.



Nella vita dei bambini sono le minuzie che contano. (Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, 1926/37 – postumo, 1947/65)

I bambini sono divertenti proprio perché si possono divertire con poco. (Hugo von Hofmannsthal, Il libro degli amici, 1922)

Che gioia ricevere dei giocattoli. Tutti ricordiamo la felicità che si provava nel ricevere dei doni, la curiosità di sapere cosa si nascondeva nei pacchetti, l’attesa e la frenesia di aprirli e scoprire se i nostri nonni, zii, parenti e amici, avevano indovinato i segreti del nostro cuore, se avevano indovinato il giocattolo che noi sognavamo da settimane, mesi, alle volte anni. Alle volte rimanevamo delusi, ma ringraziavamo sempre, alle volte (quando il giocattolo era quello dei nostri sogni) potevamo toccare il cielo con un dito.
Ma cosa rappresenta il giocattolo?
Fin dalle età più antiche sono esistiti dei giocattoli, c.d. ‘classici’. La bambola è uno di questi. Si pensi che nell’antico Egitto esistevano bambole di porcellana, creta, legno etc.
Nel “medioevo”, esistevano dei giocattoli che servivano ad anticipare le future ‘professioni’ dei fanciulli dell’Evo Cristiano. Al bambino: scudo e spada, cavalieri, soldatini; alla bambina era destinata l’intramontabile bambola (o nella veste di dama per le bambine più ricche, o semplicemente di pezza per le bambine meno fortunate). Ovviamente esistevano anche dei giochi da fare in compagnia di amichetti o fratelli e sorelle, come ad esempio le trottole.
Ovvio che non tutti diventassero cavalieri e dame, ma erano giocattoli ‘funzionali’ a far sviluppare nel bimbo, fin dalla tenera età, l’idea del ‘ruolo’ che gli sarebbe spettato una volta divenuto grande, serviva alla “distinzione dei ruoli” tra maschio e femmina, serviva in poche parole a indirizzare correttamente le inclinazioni del sesso di appartenenza.
Oggi grazie alla tecnologia abbiamo una più vasta gamma di giocattoli.
Però voglio fare una distinzione: esistono oggi i giocattoli elettronici, si parla di: Playstation, di PSP, di Nintendo DS, di Nintendo Wii, di Xbox e chi più ne ha, più ne metta. Ecco, questi giocattoli devono essere usati cum grano salis, ossia scientemente; i bambini non devono stare tutto il giorno davanti alla televisione, al computer o allo schermino della loro nuovissima e coloratissima postazione virtuale ‘tascabile’, hanno anche bisogno di muoversi, creare e inventare. Proprio per questo – ed ecco l’altra categoria –, esistono ancora oggi, gli intramontabili soldatini e le coloratissime bambole. Bisogna regalare ai nostri bambini questo genere di giocattoli, e aggiungo che in un mondo secolarizzato è bene mettere puntini sulle “i” fin dalla tenera età: la bambina deve, infatti, sviluppare il senso della maternità e della bellezza; il bambino quello della forza, del coraggio e della virilità, sì virilità, avete capito bene.
Quindi ai bimbi è bene regalare oltre che gli eterni soldatini, anche le ‘armi’ dei personaggi positivi – si pensi all’arco con le frecce di Legolas o la spada del Re Aragorn, personaggi di tolkieniana memoria –, mentre alle bambine oltre le bambole come Cicciobello o le Barbie (nelle vesti di sorella maggiore, di sposa etc etc –, è utile donare loro anche quei giocattoli che possano meglio calarla nel ruolo di ‘mamma’ e futura moglie, si pensi: al ferro da stiro, alla lavatrice, alla ‘pizzeria’ o al set completo di pentole. Alle volte le bambine, ricevendo questi giocattoli, si sentono importanti e utili ‘come la mamma’.
Quindi ben venga la diffusione di questi giochi tra le bambine, ben venga ogni idea che possa aiutare le più piccole a diventare delle piccole mammine tuttofare. L’emergenza educativa, del resto, la si combatte anche attraverso questi mezzi. Ci vuole una fede che si faccia cultura, come ricordava Giovanni Paolo II, laddove – ricorda il Beato – con “cultura” s’intende ogni elemento della vita umana, anche il giocare, il vestire, il porsi, etc. Un’ottica integralmente cattolica – ma, diremmo, anche meramente naturale e sicuramente ed integralmente tradizionale – non può dimenticare l’importanza dell’andare controcorrente anche in questo, rispetto al mondo circostante che tende, sin dall’infanzia, ad accelerare la crescita (degenerata) – si pensi ai vestitini succinti e sguaiati –, al brutto – pensiamo appunto a certi giocattoli mostruosi –, all’ermafroditico, all’indistinto, all’isolazionismo e all’egocentrismo.

STEFANIA RAGAGLIA