mercoledì 8 agosto 2012
FORZA ALEX
E’ stata la conferenza stampa di quest’oggi a
togliermi ogni dubbio su Alex Schwazer.
Quelle parole pronunciate con umiltà, in modo
semplice e diretto, quello sguardo sconsolato e sconfitto, quelle lacrime che a
singhiozzo hanno interrotto la conferenza stampa, non possono non commuovere
umanamente. Nell’ammettere di aver sbagliato, non ha usato scappatoie, non ha
addossato la colpa a nessun altro se non a se stesso. Ha raccontato i fatti,
senza giustificarsi, senza schivare le domande inopportune, volgari e maldestre
dei giornalisti, che come sciacalli erano pronti a cogliere in fallo il giovane
atleta.
Alex non s’è tirato indietro. Avrebbe potuto
saltare i controlli, partire per Londra, gareggiare e possibilmente anche
vincere, ma non ce l’ha fatta: dentro di lui qualcosa di più forte ed insistente
ha urlato e lui non ha fatto altro che ascoltare e rispondere a questo grido.
Il senso di colpa per l’azione che ha commesso
ha prevalso sull’orgoglio, sul desiderio bramoso di successo e denaro.
Ha dichiarato che oltre quelle 4 medaglie già
appese a casa per lui c’è qualcosa che conta di più come la famiglia, gli amici
e l’amore. “Potrei anche perdere, tornare a casa dopo un Olimpiade senza
successo, i giornali mi bastonerebbero, ma troverei sempre aperta la porta di
casa.”
Velatamente, ma sempre senza puntare il dito
contro gli altri, Alex ha fatto intendere che la Federazione ha rilasciato
delle dichiarazioni imprecise sul come, quando e perché sia accaduto il
fattaccio e anche questo lascia il cittadino comune di fronte non pochi dubbi e
numerose perplessità. Io non ho visto un uomo fragile, ma un uomo e basta che
messo di fronte l’errore ha saputo riconoscerlo e pentirsene. 28 anni e la vita
ancora davanti senza paura e futili vittimismi di fronte la dura realtà di
dover lasciare (con alte probabilità) l’arma dei Carabinieri, lo sport a
livello agonistico e cercare un impiego qualunque. Non farà ricorsi e non
chiederà riduzione e sconti di pena, pagherà fino all’ultimo la sua scelta di
doparsi.
Di fronte ad una lunga conferenza stampa come
questa, senza esibizionismi, toni esagitati, improperi, reclami e
recriminazioni, ho intimamente applaudito all’esempio di Schwazer. Una
giornalista ha provato ad insistere sul fatto che avrebbe potuto non parlarne a
nessuno ed è stata zittita dall’onesta di Alex che ha ribattuto dicendo che non
sarebbe stato tranquillo con se stesso.
Il messaggio che infine ha voluto lanciare è un
appello ai giovani: “non dopatevi, perché non ha nessun senso. Sì, potrete
anche vincere ed essere felici per un attimo, ma poi la vita è altro ed io
questo ora l’ho capito. Voi potete scegliere, non siete come gli atleti di
altri paesi che si ripetono continuamente : devo, devo, devo. Voi potete farlo
per passione ed essere sereni, solo così si vince davvero.”
Esemplare anche Carolina Kostner: starà al
fianco del suo fidanzato. Lo aiuterà a riprendersi e a voltare pagina. Questo è
quello che si chiama semplicemente amore. Alex sapeva che un’azione simile
avrebbe potuto minare la fiducia e il rapporto tra di loro ed invece, Carolina,
ha saputo dare una prova chiara ed inequivocabile che amare è guardare l’altro
negli occhi e amarlo sinceramente (dal lat. sine cera: le statue romane,
considerate preziose, non venivano ritoccate con la cera per coprire gli
eventuali danni causati dall’usura del tempo; ma le lasciavano così com’erano
proprio perché apparivano belle ugualmente) per quello che è e non per quello
che appare.
Oltre le medaglie c’è di più.
La sonora tirata d’orecchie credo che se la
meriti senza pietà il puglie Oliva che in diretta su Skytg24 ha rilasciato
delle dichiarazioni meschine e cattive nei confronti di Schwazer: dalla
possibilità di un incidente diplomatico con la Turchia (dove Alex ha ammesso di
aver comprato il doping) all’accusa di infantilismo di fronte le lacrime: “I
veri campioni sono altri... Uno come lui dovrebbe essere estromesso dallo sport
anche amatoriale.”
Credo che seppur Oliva abbia conquistato con il
sudore di mesi di durissimo allenamento i suoi successi come pugile, abbia
completamente perso di vista che siamo umani e come dicevano i latini l’errare
rientra nel ventaglio di opzioni che la vita ci offre. Nessuno è perfetto e l’ipocrisia
di dover dare un’immagine di sé senza macchie, senza sbavature, senza buchi è
davvero inverosimile ed impossibile. La bellezza sta anche nelle imperfezioni. E
poi basta con questi tormentoni da buonisti. Ho apprezzato molto di più questa
ammissione di colpa di Alex, la dichiarazione della Cagnotto che ha dettoo: “evidentemente
le Olimpiadi non sono per me”, che i piagnistei a bordo piscina di Filippo Magnini o
Federica Pellegrini.
Credo che oltre i muscoli ci voglia una dose d’intelligenza
e tanta semplicità. Chi è senza peccato, scagli la prima pietra.
domenica 17 giugno 2012
SAY YES TO THE DRESS! WHY NOT?
Ultimamente si sente spessissimo che il matrimonio sta perdendo sempre più “importanza”, soppiantato da altre forme più liquide e instabili di convivenza che comunque, potenzialmente garantiscono di non finire cucinato da un avvocato con un conto molto salato a fine relazione, allo stesso tempo permettono il lusso di vivere come una normale coppia sposata. Il matrimonio, d’altro canto, quando c’è, spesso è basato su fondamenta di paglia, pronte a bruciare alla prima scintilla. Il divorzio, ormai è una “operazione di routine”. L’eccezione, nei tempi duri che viviamo, sembra essere il matrimonio duraturo, quello che suona più o meno così: la prima volta è per sempre, finchè morte non vi separi (e direi: anche oltre). La società che ci circonda, la cultura dell’anti-famiglia, anti-bambini, anti-vita, come scintilla di degenerazione consta di una perdita sostanziale dell’importanza del vincolo matrimoniale. La famiglia, fondata sul matrimonio (come recita anche la nostra Costituzione, che da più parti viene sbandierata per difendere valori molto più opinabili) è il nucleo primordiale e centrale della società. Ed è così, e deve essere così in ogni angolo del nostro mondo, perché si tratta di diritto naturale, cioè insito nell’uomo stesso. Il matrimonio, in particolar modo quello cattolico, considera l’unione carnale, il compimento supremo e la realizzazione di un amore, che avviene perché attraverso la carne vi è un unione di anime in comunione con Dio. Questo rapporto, che non tiene conto dell’altra Persona che vi partecipa, inevitabilmente scade, si deteriora e perde tutta la sua naturale bellezza. Se non c’è un amore sigillato da un patto, non può esservi vita, senza uomini e donne, non esisterebbe la società e senza la società, il mondo da chi sarebbe popolato? Già assaggiamo le prime dosi di cicuta dateci dal riconoscimento delle coppie di fatto in più parti d’Europa e del mondo (l’Italia ancora tiene duro -per altri è semplicemente indietro- ma per quanto ancora?) e delle unioni (sì, unioni, mi rifiuto di usare la parola matrimonio, che viene da latino e vuol dire: mura materne, quindi, impossibile ritrovare l’accezione dell’accoglienza alla vita in una coppia che tutto può fare, meno che procreare) omosessuali. La famiglia regge il mondo. Né la sola donna, né il solo uomo. Bensì la loro unione. Fatto questo piccolo accenno sull’importanza dell’unire la propria vita alla persona che si ama più di se stessi, bisogna andare a cercare il nocciolo duro della questione che vorrei trattare. Ultimamente (veramente, ormai un paio d’anni), seguo su un canale sky (il 124, per l’esattezza) vari programmi sul matrimonio. Un primo programma molto accattivante spiega come un wedding planner organizzi fin nel minimo dettaglio un matrimonio, senza far fare brutta figura agli sposi e creando atmosfere di altri tempi, soprattutto accontentando ogni desiderio dei novelli sposini. E’ divertente ed istruttivo allo stesso tempo. Perché? Prima di tutto, chi non è ancora sposato può prendere spunto per qualche idea per il proprio matrimonio e quindi, detto volgarmente “farsi una cultura” su come sistemare le posate, come preparare ed imbandire la tavola e la Chiesa, quali bomboniere offrire in dono agli ospiti e così via, nel rispetto del bon ton e del buon gusto made in Italy. Secondariamente, ci si può sentire rincuorati dal fatto che esista ancora qualcuno che abbia il barbaro coraggio di mettere una fede al dito e un sigillo sul cuore. Ed infine, grazie alla bravura del wedding planner il programma acquisisce toni leggeri e briosi, che comunque non fanno perdere di vista la tenerezza nel vedere la commozione di parenti ed amici che, inevitabilmente spingono a pensare e ad immaginare il momento del “sì” nelle giovani fanciulle ancora single e che nelle mamme di quest’ultime, invece risveglia il ricordo di quel giorno, diventato ormai anniversario. L’altro programma, invece, è: Abito da sposa cercasi. Adoro questo programma, si possono prendere tantissimi spunti e imparare molti trucchi e accorgimenti per il proprio abito da sposa. Ho sempre pensato che questi programmi siano utilissimi, di certo più di Sex and City, o Disperate Hausewife e così via. Ma mi sbagliavo. Di recente, su un blog mi è capitato di leggere che programmi così vanno disprezzati.
STEFANIA RAGAGLIA
lunedì 4 giugno 2012
LA LETTERATURA E' UNA DIFESA CONTRO LE OFFESE DELLA VITA
Vi sono i detrattori per costituzione del genere letterario, ritenendolo inferiore, se non di secondaria importanza rispetto alla saggistica o ai trattati di tipo scientifico. Costoro, non solo dimostrano una pochezza di sentimenti, ma anche una conoscenza limitata di cosa sia la scrittura. L’uomo è fatto di razionalità, ma anche di profondità e questa non può essere espressa pienamente se non attraverso la naturalità e la spontaneità della forza lirica, ad esempio. E’ senza ombra di dubbio pregevole l’impegno dell’uomo che si sottopone allo sforzo di rispondere con la ragione, a quesiti riguardanti la società, le leggi, gli ordinamenti, la fisica, l’astronomia, ma ciò che passa attraverso la lente del microscopio, non è in lotta né tanto meno in contrapposizione a ciò che passa per i sentieri del cuore.
sabato 5 maggio 2012
Marco Mengoni: da Re Matto a Re Solo. Il tour teatrale fa tappa in Sicilia.
VALENTINA RAGAGLIA
domenica 19 febbraio 2012
Costi, prezzi, saldi e crisi: quanto siamo disposti a sacrificare per l’amor del Vero?

"Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi." (Mt 5, 11-12)
“E’ tempo di crisi”. Così ho sentito con le mie orecchie ed ho letto con i miei occhi.
“E’ tempo di crisi.” Lo si legge nei giornali, lo si vede al telegiornale.
Ma cos’è questa crisi?
C’è chi crede sia lo spread -il vocabolo tormentone di questo inverno- le borse inceppate e che non riescono a risalire se non timidamente, gli ammonimenti dell’UE ai governi, la tiratina d’orecchie congiunta Merkel-Sarkozy, la mancanza di lavoro, la precarietà dei giovani, l’enigma “articolo 18”, il Professore, il Cavaliere, la politica. Sì, effettivamente questa è una crisi, una crisi di tipo economico, dalle conseguenze non indifferenti, che ha coinvolto le più grandi potenze capitaliste del mondo, che ha danneggiato le multinazionali e che, ha dimostrato l’inconsistenza di un modello economico che si credeva solido ed invece è crollato sotto il peso della sua inconsistenza. Un dramma, che sembra allegoricamente celarne un altro, di una portata ben più profonda e molto meno materialistica.
La crisi dei valori è lo specchio nel quale si è riflessa quella finanziaria che stiamo vivendo da qualche anno a questa parte; uno specchio che fedelmente si lascia guardar dentro e che non cela nessuna aurea di mistero. Questa crisi, che mette alla berlina l’amore, la famiglia, l’amicizia, la sincerità, la fedeltà, sembra aver permeato e imbevuto ogni cosa, esattamente come il frutto del serpente nell’Eden, divide, allontana e soprattutto, genera la morte della speranza.
Insomma, ci troviamo a vivere in un mondo che se non è assolutamente ed interamente nero, ha una tonalità di grigio molto vicina ad ess o. Ma il grigio dà la debole speranza che la fiamma della candela della nostra vita, possa sopravvivere. Ed è una sopravvivenza che deve essere fatta di lotta, di resistenza alle tenebre e che non deve far indietreggiare, perché è un dovere imprescindibile il difendere quello in cui si crede a qualsiasi costo e non necessariamente con quello della vita, anche se il testimoniare (l’essere martire nell’accezione più spiccatamente greca del termine) lo prevede, è messo nel conto, ma credo che si debba cominciare col dimostrarlo nelle piccole cose.
Difendere ciò che è vero, la Verità (parola che potrebbe suscitare brividi di sdegno e di orrore) comporta dei rischi ed essi sono più alti man mano che il grado di incomprensione aumenta e non solo con chi la pensa diametricalmente in maniera diversa da noi, da chi è distante anni luce dal nostro sentire cum, ma anche con chi è vicino alle nostre posizioni. La difesa della verità, diventa così, difesa della libertà, di quella libertà che c’è stata data e che siamo chiamati a gestire da soli, perché nostra. Il pomo della discordia non conosce schieramenti, il suo unico obiettivo è colpire e spesso vi riesce; quindi, che prezzo siamo pronti a pagare, pur di difendere qualcosa che è più grande di noi?
La mancanza di fiducia, l’indifferenza e spesso la superbia, accentuate dalla crisi dei valori di cui sopra, sono il pane quotidiano che il ricercatore e il difensore della Verità deve masticare ed inghiottire ogni giorno, subendo attacchi, affronti, ingiustizie, sapendo che questa è la sua vocazione, ciò per cui è stato chiamato. Bisogna avere coraggio, il coraggio di anteporre ai propri interessi, quelli che portino al bene comune, il coraggio di correre il rischio di essere deriso ed umiliato anche dagli amici, quelli più cari.
Il prezzo della Verità, non è quantificabile con nessuna cifra in euro, dollari o yen; non è misurabile in azioni, parcelle, assegni; non conosce spread, quotazione dell’indice, capital market line; ma solo il prezzo della predisposizione al sacrificio che ognuno di noi mette a disposizione di un’opera di cui, probabilmente non vedremo i frutti, ma che certamente s’impegna per seminare qualcosa che possa trovare un terreno fertile dove germigliare; non per soddisfazione personale, ma con disinteresse per la propria gloria, mettendoci a servizio con umiltà, riconoscendo i nostri limiti e le nostre mancanze.
L’impegno deve essere costante ed in ogni campo in cui si opera. Non ci si chiede di essere i Superman che salveranno il mondo, questo lo lasciamo fare alla Bellezza, ma di cooperare per la Verità e recentemente, proprio chi porta questo motto, ha invitato tutti gli uomini di buona volontà ad operare anche via web, nei social network, nei blog, tenendo presente che bisogna misurare il modo con cui agiamo, nel rispetto del prossimo e del messaggio di cui ci facciamo promotori: “Parola e silenzio. Educarsi alla comunicazione vuol dire imparare ad ascoltare, a contemplare, oltre che a parlare, e questo è particolarmente importante per gli agenti dell’evangelizzazione: silenzio e parola sono entrambi elementi essenziali e integranti dell’agire comunicativo della Chiesa, per un rinnovato annuncio di Cristo nel mondo contemporaneo. A Maria, il cui silenzio “ascolta e fa fiorire la Parola”, affido tutta l’opera di evangelizzazione che la Chiesa compie tramite i mezzi di comunicazione sociale.”
Ed è con l’augurio del papa che voglio concludere questa breve riflessione; perché è in queste parole che bisogna trovare la forza di non demordere, anche quando ci sembra di star pagando un prezzo troppo alto in periodo di saldi, perché ogni nostra azione è tenuta sotto stretta osservazione e ne verremo ripagati grandemente, non dubitiamone.
VALENTINA RAGAGLIA
domenica 12 febbraio 2012
MARCIA PER LA VITA, PALERMO 4 FEBBRAIO 2012

«Ci troviamo di fronte ad uno scontro immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la “cultura della morte” e la “cultura della vita”. Ci troviamo non solo «di fronte», ma necessariamente «in mezzo» a tale conflitto: tutti siamo coinvolti e partecipi, con l'ineludibile responsabilità di scegliere incondizionatamente a favore della vita.» (Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Evangelium vitae sul valore e l'inviolabilità della vita umana.)
Pochi giorni fa a Palermo, si è svolta la seconda edizione della “Marcia per la vita”, rispetto all’anno precedente, l’adesione è stata più numerosa, moltissime, infatti, erano le sigle di gruppi e associazioni che hanno aderito all’iniziativa.
Vorrei rendervi partecipi e farvi vivere l’emozione che ho provato io.
Era prevista pioggia proprio nella fascia oraria in cui doveva svolgersi la marcia. Non vi dico l’ansia che ho provato fin quando non sono arrivata a Palermo, con il mio fidanzato, che mi ha accompagnata in questa importante missione. Ma la Sicilia, come dico sempre, non delude mai, e pur essendoci stato un bel sole splendente la mattina e di pomeriggio il cielo sia soltanto un po’ annuvolato, la pioggia tanto attesa, tanto scongiurata e prevista è stata la grande assente di questa giornata. Ammetto, di aver pregato tanto il Signore, affinché nessun impedimento ostacolasse la riuscita della marcia, e mi ha accontentata. Ecco, quindi, la prima soddisfazione, che potrà sembrare banale, ma che in realtà non lo è.
Secondariamente, vorrei descrivervi un po’ come era organizzata la marcia stessa. Al primo posto campeggiavano le mamme con i bambini, poi le autorità civili e a seguire tutti i gruppi e le associazioni.
Sono rimasta particolarmente stupita, del fatto che, la marcia sia un evento trasversale, che cioè coinvolge tutti gli uomini e donne di buona volontà che razionalmente (e non solo per via del loro credo) ritengono aborto ed eutanasia delle follie. E questo è testimoniato, anche, dalla copiosa partecipazione degli evangelici. Il loro striscione era molto significativo: c’era disegnato un neonato con la domanda: “Sono qualcuno o sono qualcosa?”. Uno slogan che racchiude un mondo. E complimenti ai fratelli evangelici per la grinta avuta durante tutta la marcia, infatti a intervalli regolari, urlavano: “Aborto ed eutanasia sono una follia” e altri slogan di questo tipo.
C’era anche chi, faceva silenziosamente il proprio rosario quotidiano, chi lo faceva in gruppo, chi distribuiva volantini e chi silenziosamente marciava contro l’eutanasia (ancora non legalizzata) e l’aborto. Ebbene, non sarà certo questa marcia a fermare i nostri sconsiderati governanti, ma di certo è un segno tangibile del fatto che c’è qualcuno che non tollera e non sopporta queste violenze quotidiane contro il diritto naturale, contro la persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio. Per diritto di cronaca, mi sento in dovere, di dire che, nel contempo nella piazza Politeama, vi era una ‘contro- manifestazione’, i volontari del WWF (se non vado errando) che manifestavano contro le torture sugli animali, contro la caccia etc. Bene, mi sento in obbligo di dire, che urlavano: “salviamo prima i bambini, ma anche loro” (riferito agli animali), ma nella pratica loro sono ben lontani dall’applicare questo slogan, poiché mettono sullo stesso piano un bambino e un animale. La loro è una deformazione ideologica che annebbia e oscura quel loro motto che ho riportato più sopra.
La marcia si è conclusa davanti al teatro Massimo di Palermo.
Spero di poter partecipare nuovamente il prossimo anno.
Vi ricordo l’appuntamento a Roma previsto per il 13 Maggio, per un’altra marcia per la vita.
Infine, mi sento di ringraziare la mia famiglia, perché fin da quando ero bambina mi ha educato alla cultura della vita, il mio fidanzato che con me ha condiviso questa esperienza e infine, ma non perché meno importante, ringrazio Nostro Signore.
STEFANIA RAGAGLIA
giovedì 19 gennaio 2012
TOY STORY. L'emergenza educativa si combatte anche con i giocattoli.

Nella vita dei bambini sono le minuzie che contano. (Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, 1926/37 – postumo, 1947/65)
I bambini sono divertenti proprio perché si possono divertire con poco. (Hugo von Hofmannsthal, Il libro degli amici, 1922)
Che gioia ricevere dei giocattoli. Tutti ricordiamo la felicità che si provava nel ricevere dei doni, la curiosità di sapere cosa si nascondeva nei pacchetti, l’attesa e la frenesia di aprirli e scoprire se i nostri nonni, zii, parenti e amici, avevano indovinato i segreti del nostro cuore, se avevano indovinato il giocattolo che noi sognavamo da settimane, mesi, alle volte anni. Alle volte rimanevamo delusi, ma ringraziavamo sempre, alle volte (quando il giocattolo era quello dei nostri sogni) potevamo toccare il cielo con un dito.
Ma cosa rappresenta il giocattolo?
Fin dalle età più antiche sono esistiti dei giocattoli, c.d. ‘classici’. La bambola è uno di questi. Si pensi che nell’antico Egitto esistevano bambole di porcellana, creta, legno etc.
Nel “medioevo”, esistevano dei giocattoli che servivano ad anticipare le future ‘professioni’ dei fanciulli dell’Evo Cristiano. Al bambino: scudo e spada, cavalieri, soldatini; alla bambina era destinata l’intramontabile bambola (o nella veste di dama per le bambine più ricche, o semplicemente di pezza per le bambine meno fortunate). Ovviamente esistevano anche dei giochi da fare in compagnia di amichetti o fratelli e sorelle, come ad esempio le trottole.
Ovvio che non tutti diventassero cavalieri e dame, ma erano giocattoli ‘funzionali’ a far sviluppare nel bimbo, fin dalla tenera età, l’idea del ‘ruolo’ che gli sarebbe spettato una volta divenuto grande, serviva alla “distinzione dei ruoli” tra maschio e femmina, serviva in poche parole a indirizzare correttamente le inclinazioni del sesso di appartenenza.
Oggi grazie alla tecnologia abbiamo una più vasta gamma di giocattoli.
Però voglio fare una distinzione: esistono oggi i giocattoli elettronici, si parla di: Playstation, di PSP, di Nintendo DS, di Nintendo Wii, di Xbox e chi più ne ha, più ne metta. Ecco, questi giocattoli devono essere usati cum grano salis, ossia scientemente; i bambini non devono stare tutto il giorno davanti alla televisione, al computer o allo schermino della loro nuovissima e coloratissima postazione virtuale ‘tascabile’, hanno anche bisogno di muoversi, creare e inventare. Proprio per questo – ed ecco l’altra categoria –, esistono ancora oggi, gli intramontabili soldatini e le coloratissime bambole. Bisogna regalare ai nostri bambini questo genere di giocattoli, e aggiungo che in un mondo secolarizzato è bene mettere puntini sulle “i” fin dalla tenera età: la bambina deve, infatti, sviluppare il senso della maternità e della bellezza; il bambino quello della forza, del coraggio e della virilità, sì virilità, avete capito bene.
Quindi ai bimbi è bene regalare oltre che gli eterni soldatini, anche le ‘armi’ dei personaggi positivi – si pensi all’arco con le frecce di Legolas o la spada del Re Aragorn, personaggi di tolkieniana memoria –, mentre alle bambine oltre le bambole come Cicciobello o le Barbie (nelle vesti di sorella maggiore, di sposa etc etc –, è utile donare loro anche quei giocattoli che possano meglio calarla nel ruolo di ‘mamma’ e futura moglie, si pensi: al ferro da stiro, alla lavatrice, alla ‘pizzeria’ o al set completo di pentole. Alle volte le bambine, ricevendo questi giocattoli, si sentono importanti e utili ‘come la mamma’.
Quindi ben venga la diffusione di questi giochi tra le bambine, ben venga ogni idea che possa aiutare le più piccole a diventare delle piccole mammine tuttofare. L’emergenza educativa, del resto, la si combatte anche attraverso questi mezzi. Ci vuole una fede che si faccia cultura, come ricordava Giovanni Paolo II, laddove – ricorda il Beato – con “cultura” s’intende ogni elemento della vita umana, anche il giocare, il vestire, il porsi, etc. Un’ottica integralmente cattolica – ma, diremmo, anche meramente naturale e sicuramente ed integralmente tradizionale – non può dimenticare l’importanza dell’andare controcorrente anche in questo, rispetto al mondo circostante che tende, sin dall’infanzia, ad accelerare la crescita (degenerata) – si pensi ai vestitini succinti e sguaiati –, al brutto – pensiamo appunto a certi giocattoli mostruosi –, all’ermafroditico, all’indistinto, all’isolazionismo e all’egocentrismo.
STEFANIA RAGAGLIA




